Ho
visto i lavori, le creature di Carmelo Cammarata. Presentare
un autore, per chi non voglia fare accademia, o esercizio
di vanità, o di saccenteria, significa cercarne le “ragioni
narrative”, individuare ed offrire una direttrice di
lettura: proporre una divulgazione non colta del discorso
senza travisare o violentare l’Autore. Si finisce,
inevitabilmente, col farlo vedere coi propri occhi anziché spiegarlo.
Dovessimo noi dare una collocazione all’Autore, saremmo
chiamati a “dirlo” un naif.
Volendo, (presuntuosamente?) dare la chiave dei lavori di Carmelo Cammarata,
potremmo dire che sia solamente un naif? Non credo possa dirsi: a volerne dare
una “lettura” di uso strettamente personale, direi che il nostro
Autore è un naif controvoglia. Emerge, dalle sue sculture, un che di esasperatamente
monocorde, come di chi voglia uscire dalla propria dimensione che trova ancora
come un limite: non indice quindi di limiti tecnici, o espressivi, o fantastici:
ma ansia ancora inesprimibile, tensione interiore, urgenza di portare a sintesi
qualcosa che preme dal di dentro. Segno in dubbio non di casualità artistica
ma di interiorità espressiva che ancora deve dare certe conferme a se
stessa, che ancora deve appagarsi e sentirsi appagata spiritualmente. Sintomo
di questa tormentata spiritualità del Cammarata è l’espressività disperata
e disperante che le sue figure evocano. Penseremo, d’amblé, a certe
allucinate allegorie di Hieronimus Bosch? Anche se è diversa la matrice
dell’ispirazione, che qui può forse individuarsi in quell’umanità dolente
che popola lo spirito della gente di Sicilia. Umanità che esce dalle mani
del Cammarata non con rassegnazione, ma con un grido di ribellione, di rivolta,
di necessitata affermazione di dignità.