Galleria d’Arte “Il Messaggio”
4/15 Ottobre 1974,

di Alfredo Noli
Ho visto i lavori, le creature di Carmelo Cammarata. Presentare un autore, per chi non voglia fare accademia, o esercizio di vanità, o di saccenteria, significa cercarne le “ragioni narrative”, individuare ed offrire una direttrice di lettura: proporre una divulgazione non colta del discorso senza travisare o violentare l’Autore. Si finisce, inevitabilmente, col farlo vedere coi propri occhi anziché spiegarlo. Dovessimo noi dare una collocazione all’Autore, saremmo chiamati a “dirlo” un naif.
Volendo, (presuntuosamente?) dare la chiave dei lavori di Carmelo Cammarata, potremmo dire che sia solamente un naif? Non credo possa dirsi: a volerne dare una “lettura” di uso strettamente personale, direi che il nostro Autore è un naif controvoglia. Emerge, dalle sue sculture, un che di esasperatamente monocorde, come di chi voglia uscire dalla propria dimensione che trova ancora come un limite: non indice quindi di limiti tecnici, o espressivi, o fantastici: ma ansia ancora inesprimibile, tensione interiore, urgenza di portare a sintesi qualcosa che preme dal di dentro. Segno in dubbio non di casualità artistica ma di interiorità espressiva che ancora deve dare certe conferme a se stessa, che ancora deve appagarsi e sentirsi appagata spiritualmente. Sintomo di questa tormentata spiritualità del Cammarata è l’espressività disperata e disperante che le sue figure evocano. Penseremo, d’amblé, a certe allucinate allegorie di Hieronimus Bosch? Anche se è diversa la matrice dell’ispirazione, che qui può forse individuarsi in quell’umanità dolente che popola lo spirito della gente di Sicilia. Umanità che esce dalle mani del Cammarata non con rassegnazione, ma con un grido di ribellione, di rivolta, di necessitata affermazione di dignità.