Centro Culturale “Il Pegaso”
Bivona 1/9 Maggio 1971,
di Cesare Sermenghi.
Carmelo Cammarata e Dino Mirrione, due nomi qualsiasi in una folla, si potrebbe dire, per chiudere il binomio, se non avessimo l’orgoglio di un Cenacolo, noi, che per una costante educazione, anche se a volte coperti di ferite, giungiamo, ora, dopo quattro anni, al bilancio di un significato, dove l’umanesimo operaio, sudato dalla vita, viene ad indicarci che i poteri di azione e di pensiero, nella misura in cui si fa esperienza, divengono operanti di testimonianze inaspettate. Orgoglio, dicevamo, perché da noi, al Pegaso, si sono “fatti”, loro, in un costante incontro di valori umani, come nel connubio d’oggi, ove, ai volti, nei simboli di pena, si accoppia per un altro tema, la poesia negra. Con il Cammarata ci trovammo assieme un pomeriggio a prendere stucchi dalla vecchia Chiesa di San Bartolomeo, fuori mura. Me lo ricordo in bilico su una scala, sotto la navata, come un argano del medioevo, sulle grandi impalcature, a petto delle volte, ad intagliare angeli, lui, preso da febbre, con la mazzetta in pugno, con gli occhi accesi dal gesso e dalla creazione, a mano che calavano i putti dalle travature, in un cestello. Nella deposizione si compiva forse un rito di battesimo, poiché in quel momento nasceva lo scultore, io ne sono certo, così, per folgorazione, quella che giunge all’iniziato, quasi la grazia al penitente sulla via di Damasco. Ora il Cammarata porta il peso della sua scoperta come nei racconti della contemplazione. I primi segni di ipostasi sono per le arenarie, alla ricerca di una ispirazione per la tradizione arcaica: volti mossi in nome della terra nella sedimentazione dei millenni, come nella plastica sicana o paleosarda. A far da documento c’è un moncherino, liberato da una lunga pena, quasi un ex voto per una promessa mantenuta. Una medesima storia porta pure scritta un coribante nell’atto di reggere una vasca; un diavolo è con un grande solo orecchio come nel miraggio di Van Gogh, teso nell’audizione dell’interno, quando uno è stanco di trascinarsi dietro l’animaccia; e quante poi le madonne di forte sapore acroteriale, a somiglianza di antichi medaglioni! Gruppi di acrobati da circo si vanno compiacendo delle loro contorsioni come chiamati da un desiderio di evasione; volti fauneschi e di baccanti sono quindi a recitare il debito del sesso, che il meridione si va portando ancora come una condanna freudiana. Il secondo periodo si apre in una diversa scuola, dove i rapporti antropometrici, sempre più curati, spiegano la completa evoluzione dell’artista.
Tocca ora ai nudi di donne contadine a raccontare la favola passata, sul masso, sull’albero, sul lato della terra non ancora contestata. Ho interrogato nelle cariatidi, oscure dimensioni e nei fregi occulti anche l’uovo nero, che produce carne per la guerra e il singolare germe non è ancora uscito dal bozzolo del grido per essere farfalla. E non importa ciò che ha scavato la sgorbia dell’artista.
Non era il Cammarata la forza motrice del frantoio di venti anni or sono? Non era la zappa a buon mercato? Il pezzo di pane restituito a sera dal digiuno alla sua donna come “avanzo” perché più agevolmente lei maturasse il figlio che portava in grembo? Per questo non conta ciò che ha scavato la sgorbia, lo scalpello, poiché i confini di ogni dimensione ora sono all’orizzonte, popolandosi di altezze, anche se i muri della negazione vanno sempre più crescendo dalle nostre parti.