Una
pagina di scultura romanica, bassorilievo o tuttotondo, si
legge seguendo la pulsazione dei corpi, l’intreccio dei
gruppi, l’energia della
figura isolata. Il riferimento qui non tocca la classica arte medievale,
ma gli esempi di copie provinciali, ingenue nella forma e nella prospettiva,
primitivi e subordinati modelli popolari. Questo carattere naturale e spontaneo
passa per un attimo nella memoria vedendo le sculture di Carmelo Cammarata
(galleria “La Robinia”) Le opere di questo modellatore di figure
umane sono lontane dallo spirito e dagli schemi degli esempi accennati; sono
invece abbastanza prossime al ritmo lineare delle masse plastiche. Contadini
rappresentati in un atteggiamento di simmetria ovale bilanciano i sentimenti
dentro le curve dei loro corpi. Sono presenze che l’occhio candido
ha cercato di contrarre in energia continua. Sono come i rami contorti di
un ulivo, dove i nodi interni e l’antica linfa scorrono in un unico
spazio narrativo.
Carmelo Cammarata viene dalla scuola della natura, i suoi modelli appartengono
alla terra del suo paese d’origine, Bivona. Da una figura all’altra
- donna, bambino, uomo la legge della vita si esprime in una cornice unitaria.
E dalla pietra luccicante escono le realtà del dolore, le rughe di speranze
perdute, la traccia di un sorriso infantile. Questa schiettezza visiva non si
perde lungo i pieni e i vuoti della civiltà contadina raccontata alla
maniera di un cantastorie. Profili e volti si somigliano proprio perché sono
parti di quell’edificio umano che lo scultore ha costruito.
Poche opere avrebbero meglio rappresentato meglio le qualità di un simbolo
figurativo, ma la massa delle statue suggerisce facilmente la riflessione che
a Cammarata non importano gli schemi: importa il popolo, l’immagine coordinata
in una profondità di spazio naturale. E allora, più che nella dimensione
geometrica di una stanza chiusa si vedono queste piccole statue nell’idea
in cui sono nate, che è quella di una diretta comunicazione con la terra.
Sono di pietra proprio per staccarsi dalla fragilità della zolla, hanno
una luce vivace perché riflettono quella solare. In una parola appartengono
al paesaggio, lo rappresentano nella libertà istintiva della vita.