Galleria d’Arte la Robinia Palermo Mostra 27aprile 9 maggio 1982,
di Massimo Ganci
E’ stato Cesare Sermenghi, l’estroso organizzatore della cultura bivonese, pittore-scultore e poeta, ma soprattutto hidalgo errante nei regni sconfinati della fantasia, a segnalarmi Carmelo Cammarata.
Sono andato a trovarlo nella sua casa-officina, a Bivona. Ho esaminato le sue opere con occhio inquisitore. Ero infatti convinto di dovermi imbattere in una delle tante manifestazioni di naiveté, che oggi vanno di moda. Invece Carmelo Cammarata è semplicemente uno scultore. Se preferiamo il discorso in positivo, egli è il vero naif. Intendendo, però, per naif chiunque faccia opera d’arte (cioè esprima validamente un suo senso della natura e della vita), senza avere frequentato una scuola e senza avere un retroterra culturale conscio. Di conseguenza, per usare il linguaggio di Cesare, quando faceva il cancelliere - è stata questa per decenni la “professione” dell’hidalgo bizzarro ho dovuto “incriminarlo” Carmelo Cammarata del “reato continuato” di essere un vero artista! Quali le prove a suo carico? Innanzi tutto la spontaneità creatrice che, per anni, per decenni forse, lo ha spinto ad osservare con occhi incantati l’espressione diversa, contraddittoria, e cangiante dal dolore alla gioia, dei volti dei suoi conterranei contadini e le movenze dei corpi e la intensità degli sguardi, intenti a scrutare il cielo in attesa della pioggia, a contare le pecore del gregge, a interrogare altri volti ed altri sguardi per coglierne le intenzioni, forse pure, ma forse prave, per prevenire disegni malefici. Spinto da questo furore creativo che gli “ditta dentro”, Carmelo Cammarata interpreta la vita agra dei contadini del profondo Sud. Questa vita agra egli la esprime con lo scalpello, come Levi la espresse con il pennello e con la penna.
Sono volti sognanti e piangenti che vengono fuori da una radice di ulivo, cercati a lungo nelle strutture contorte di questa, e immediatamente liberati dal legno, non appena individuati e trovati. Sono corpi ripiegati su sé stessi, tratti dalla pietra lucente della terra siciliana, quasi a ricercare la pace dell’embrione accovacciato nell’alveo materno o a raggomitolarsi per scattare più felinemente in un attacco contro il nemico o, forse, contro il destino crudele. Questa è la vita e la visione della vita della civiltà contadina.
Nessuna “circostanza attenuante” di spontaneismo. C’è, al contrario, la “recidiva” della capacità tecnica progressivamente affinata, “provando e riprovando”, c’è il mestiere, presupposto indispensabile dell’arte, duramente conquistato con l’esperienza, senza l’ausilio di un qualsivoglia suggerimento. Ma, sia pure in questo senso, tecnica e mestiere ci sono. E c’è anche, in queste opere di Carmelo Cammarata, il sentimento inconscio di culture riposte: dalla classicità dei suoi gruppi in pietra al manierismo barocco delle sue cornici intagliate.