E’ stato
Cesare Sermenghi, l’estroso organizzatore della cultura
bivonese, pittore-scultore e poeta, ma soprattutto hidalgo errante nei regni
sconfinati della fantasia, a segnalarmi Carmelo Cammarata.
Sono andato a trovarlo nella sua casa-officina, a Bivona. Ho esaminato le sue
opere con occhio inquisitore. Ero infatti convinto di dovermi imbattere in una
delle tante manifestazioni di naiveté, che oggi vanno di moda. Invece
Carmelo Cammarata è semplicemente uno scultore. Se preferiamo il discorso
in positivo, egli è il vero naif. Intendendo, però, per naif chiunque
faccia opera d’arte (cioè esprima validamente un suo senso della
natura e della vita), senza avere frequentato una scuola e senza avere un retroterra
culturale conscio. Di conseguenza, per usare il linguaggio di Cesare, quando
faceva il cancelliere - è stata questa per decenni la “professione” dell’hidalgo
bizzarro ho dovuto “incriminarlo” Carmelo Cammarata del “reato
continuato” di essere un vero artista! Quali le prove a suo carico? Innanzi
tutto la spontaneità creatrice che, per anni, per decenni forse, lo ha
spinto ad osservare con occhi incantati l’espressione diversa, contraddittoria,
e cangiante dal dolore alla gioia, dei volti dei suoi conterranei contadini e
le movenze dei corpi e la intensità degli sguardi, intenti a scrutare
il cielo in attesa della pioggia, a contare le pecore del gregge, a interrogare
altri volti ed altri sguardi per coglierne le intenzioni, forse pure, ma forse
prave, per prevenire disegni malefici. Spinto da questo furore creativo che gli “ditta
dentro”, Carmelo Cammarata interpreta la vita agra dei contadini del profondo
Sud. Questa vita agra egli la esprime con lo scalpello, come Levi la espresse
con il pennello e con la penna.
Sono volti sognanti e piangenti che vengono fuori da una radice di ulivo, cercati
a lungo nelle strutture contorte di questa, e immediatamente liberati dal legno,
non appena individuati e trovati. Sono corpi ripiegati su sé stessi, tratti
dalla pietra lucente della terra siciliana, quasi a ricercare la pace dell’embrione
accovacciato nell’alveo materno o a raggomitolarsi per scattare più felinemente
in un attacco contro il nemico o, forse, contro il destino crudele. Questa è la
vita e la visione della vita della civiltà contadina.
Nessuna “circostanza attenuante” di spontaneismo. C’è,
al contrario, la “recidiva” della capacità tecnica progressivamente
affinata, “provando e riprovando”, c’è il mestiere,
presupposto indispensabile dell’arte, duramente conquistato con l’esperienza,
senza l’ausilio di un qualsivoglia suggerimento. Ma, sia pure in questo
senso, tecnica e mestiere ci sono. E c’è anche, in queste opere
di Carmelo Cammarata, il sentimento inconscio di culture riposte: dalla classicità dei
suoi gruppi in pietra al manierismo barocco delle sue cornici intagliate.