Dalla
fatica dell’uomo, dall’austero volto femminile, è facile
scivolare in retorica. Ma la retorica è categoria della cultura, tracotante
e rozza, che rischia di travolgere anche chi l’attribuisce con facilità,
anche dove i valori, quali l’estrema semplicità e la dura applicazione
manuale, meritano di essere riconosciuti. Carmelo Cammarata, agrigentino, scultore
e, ci informano anche operaio e contadino, uomo che schiva quando può l’oppressione
cittadina, è forse un po fermo negli anni, se dovessimo guardare al suo
lavoro muovendo dall’ovvio realismo delle sue tematiche; ma, dai suoi uomini
d’alabastro emana una fissità dolente ed esterrefatta, che sta certo
fuori dal tempo storico e dall’esaurimento delle correnti. I tre pezzi
che raffigurano il suo contadino nell’improbabile trasporto di enormi macigni,
ci appaiono le sue realizzazioni più intense ed emblematiche, giocate
con sapienza sul rapporto finito-non finito, affascinano la vista quanto il tatto...