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anche in questo, scendere dieci piani a piedi per paura del nuovo
forse, nelle tentazioni magiche dell’uomo del non conoscere
e ritrovarsi a piano terra commosso e affascinato dalla propria
immagine riflessa su una
scatola di pochi centimetri e non credere ancora... così, nella corsa
per la vita, il suo “vuccuneddu di vinu” e la grazia profumata
della zagara lo restituiscono alla propria civiltà di un animo sereno,
semplice, sensibile alla vera poesia dell’esistenza, per identificarsi
meglio nelle sue rappresentazioni di suggestivo candore. Questo è Carmelo
Cammarata, operaio-contadino, con la sua arte di incontaminata, elementare
filosofia del vivere, nata dal sole bruciante e dalla sofferenza, dalle lotte,
dagli stenti e dall’amore dei paesi dell’entroterra agrigentino.
In una galleria di provincia, la ricerca di una cassapanca vecchia o la presenza
di un bancone da falegname, mostra ancora esistente dei valori perduti, ricordo
costante di quel pezzo di pane impregnato di sudore e miseria di ieri e di
oggi.
tracciare un profilo sull’opera di Cammarata significherebbe violentare
il pensiero dell’uomo, nel senso che le cose semplici, le espressioni genuine
si pongono all’osservatore con rispetto, senza paura di equivoci, perché solo
così emerge il vero significato delle sue creature.
le donne al sole, i contadini appesantiti dal lavoro, i volti incantati, fermi,
quasi alla rassegnazione, non rappresentano altro, nella trasparenza delle sue
pietre, che la sensibilità di uomo travagliato e stanco.