Venerdì 19 Ottobre 1979,
di Franco Mortellaro
...naif anche in questo, scendere dieci piani a piedi per paura del nuovo forse, nelle tentazioni magiche dell’uomo del non conoscere e ritrovarsi a piano terra commosso e affascinato dalla propria immagine riflessa su una scatola di pochi centimetri e non credere ancora... così, nella corsa per la vita, il suo “vuccuneddu di vinu” e la grazia profumata della zagara lo restituiscono alla propria civiltà di un animo sereno, semplice, sensibile alla vera poesia dell’esistenza, per identificarsi meglio nelle sue rappresentazioni di suggestivo candore. Questo è Carmelo Cammarata, operaio-contadino, con la sua arte di incontaminata, elementare filosofia del vivere, nata dal sole bruciante e dalla sofferenza, dalle lotte, dagli stenti e dall’amore dei paesi dell’entroterra agrigentino. In una galleria di provincia, la ricerca di una cassapanca vecchia o la presenza di un bancone da falegname, mostra ancora esistente dei valori perduti, ricordo costante di quel pezzo di pane impregnato di sudore e miseria di ieri e di oggi.
tracciare un profilo sull’opera di Cammarata significherebbe violentare il pensiero dell’uomo, nel senso che le cose semplici, le espressioni genuine si pongono all’osservatore con rispetto, senza paura di equivoci, perché solo così emerge il vero significato delle sue creature.
le donne al sole, i contadini appesantiti dal lavoro, i volti incantati, fermi, quasi alla rassegnazione, non rappresentano altro, nella trasparenza delle sue pietre, che la sensibilità di uomo travagliato e stanco.