Il
crescere è dei vivi, il resto è dei vinti: non
conosco posto migliore di un recesso popolato di statue per affermarlo,
per sentirmela addosso
la battuta, come una sferza, quando si è a terra e nudità e pienezza
sono in equazione assoluta con l’uomo. Parlo di un riquadro di pietre con
una tettoia di due metri per due, ai bordi del mondo, ove opera uno scultore,
Carmelo Cammarata; di un angolo solitario di periferia ove, fiume e greggi passano
come antichi parenti. Ogni casa è metà di una casa, favo segreto
nel miele semplice della vita cui la terra aggancia le porte per le libere mappe
senza catasto, ospitandovi l’uomo. Chi chiama? Si sente ancora il fumo
di legna, non della parte di chi ha steso la tavola spennando il pettirosso sulla
brace del diavolo con unghie laccate; ma dell’altra, ove vita e morte insegnano
cose dimenticate dell’onestà primitiva, lontano dalle feroci baruffe
del giorno.
Proprio là Cammarata libera dall’alabastro i suoi personaggi interiori,
fetali o lontani che siano, del subcosciente, come di Ur di Babilonia di fronte
allo spazio, aprendoli dal sottofondo dell’essere che egli ha percorso,
a piedi scalzi, inciampando, cadendo, sempre con un sorriso, senza mai portarsi
dietro l’anemia dei lunghi salassi di chi, come lui, si è arrampicato
con le ginocchia sulle mani ferite, nutrendo in bocca la polvere amara di ogni
caduta, mai per giungere, ma per partire ogni volta, con occhi buoni su ogni
strada, con occhi nuovi. Niente mal di pancia allora per questo, al pari di altri
che, in arte, senza averne titolo, vogliono partorire. perché le sue opere
sono di fronte allo spazio di una montagna (ricordo: c’era un mulo cieco
lassù allo stazzone, legato al frantoi a macinare gesso, per un passo
pesante, lungamente pesante, da sempre non suo, ed io, ragazzo, davanti a questo
fratello minore (Montale), con occhi umidi a seguirlo). Spazio - dicevo - aperto
per questo ai poveri cristi nel supremo approccio col tutto, da tempo, sin dal
tempo, lontano pre-socratico, che aveva scoperto la pena nelle vene nobili di
ogni inizio; che, certamente, ad aprire il sipario di spazio alla prima fatica,
sarà stato il sudore e non già la luce, come si dice. Per questo
Cammarata parla sempre in prima persona, nell’operaio che cade e si rialza,
con l’uso continuo di una rappresentazione possibile, verificabile, senza
porre in essere l’operazionismo meccanico dell’artigiano o la nevrosi
delle strutture dell’arte alla ricerca della filosofia inutile del feticcio
come espressione - messaggio; chè, il segno semplice fa parte del dire,
persino quello tracciato inconsciamente sul pezzo di carta dei nostri appunti
involontari.
In prima persona, dicevo, egli parla, in fatto di ferite e cadute, a noi che
abbiamo perduto, parlando al plurale per non figurare in proprio nel dialogo
che ci attendevamo, sudati, marci di sonno alla finestra; ora che la scatola,
da lungo tempo studiata (la democrazia), si è capovolta, mostrando ruggine
all’interno (inflazione, delitti, follia...), anche se qualcuno si affanna
a spiegare il motivo di questa caduta, tavole logaritmiche alla mano.
Per questo Cammarata ha liberato dal masso per liberare, così, semplicemente;
mentre le lontananze di ciò che egli si aspetta si confessano allo zenit
di pugni scolpiti come rami araldici al di fuori del muro, del fosso che lo circonda
con erba bassa nel sole difficile delle foschie, degli occhi sbarrati sul solco,
sempre aperto da una zappa impossibile. Là opera Cammarata, sudando i
suoi simboli dal pulpito del veggente, non dallo scranno dei dotti che non sanno
un corno di che pagare il mistero del filo d’erba che li smaschera dalla
illusione dei loro libri.
Anche se nessuno vuol dirlo nel fare il conto, nel giungere al Cammarata, a colui
che cerca, che cerca... di scavare nel masso per scavarsi nel di dentro; che
cerca là dove l’uomo deposita le proprie immondizie: secchi, brande
aperte, scassate dall’altalena della vita sui meridiani dell’essere,
aperte a stella sul pattumaio del flusso e riflusso, senza il di sopra, nè il
di sotto dove cercare nella vicenda del giroscopio, che promette una stasi ove
dormire solo quando si sfascia; perché poi gira, gira, gira, il mozzo
stimando il fuoco della curva termodinamica che da limite e spazio al mondo,
e pure all’angolo, strappando un pò di saliva dalla gola del Cammarata,
che vuol gridare nel dar fine a
questo arrivare, a questo fuggire.
E ci riesce, lui - credetemi - ci riesce, da far venire le lacrime agli occhi.