Personale di scultura al C.R.A.L. della Cassa Centrale di Risparmio V.E. Palermo
25 febbraio -10 Marzo 1977,
di Cesare Sermenghi.
Il crescere è dei vivi, il resto è dei vinti: non conosco posto migliore di un recesso popolato di statue per affermarlo, per sentirmela addosso la battuta, come una sferza, quando si è a terra e nudità e pienezza sono in equazione assoluta con l’uomo. Parlo di un riquadro di pietre con una tettoia di due metri per due, ai bordi del mondo, ove opera uno scultore, Carmelo Cammarata; di un angolo solitario di periferia ove, fiume e greggi passano come antichi parenti. Ogni casa è metà di una casa, favo segreto nel miele semplice della vita cui la terra aggancia le porte per le libere mappe senza catasto, ospitandovi l’uomo. Chi chiama? Si sente ancora il fumo di legna, non della parte di chi ha steso la tavola spennando il pettirosso sulla brace del diavolo con unghie laccate; ma dell’altra, ove vita e morte insegnano cose dimenticate dell’onestà primitiva, lontano dalle feroci baruffe del giorno.
Proprio là Cammarata libera dall’alabastro i suoi personaggi interiori, fetali o lontani che siano, del subcosciente, come di Ur di Babilonia di fronte allo spazio, aprendoli dal sottofondo dell’essere che egli ha percorso, a piedi scalzi, inciampando, cadendo, sempre con un sorriso, senza mai portarsi dietro l’anemia dei lunghi salassi di chi, come lui, si è arrampicato con le ginocchia sulle mani ferite, nutrendo in bocca la polvere amara di ogni caduta, mai per giungere, ma per partire ogni volta, con occhi buoni su ogni strada, con occhi nuovi. Niente mal di pancia allora per questo, al pari di altri che, in arte, senza averne titolo, vogliono partorire. perché le sue opere sono di fronte allo spazio di una montagna (ricordo: c’era un mulo cieco lassù allo stazzone, legato al frantoi a macinare gesso, per un passo pesante, lungamente pesante, da sempre non suo, ed io, ragazzo, davanti a questo fratello minore (Montale), con occhi umidi a seguirlo). Spazio - dicevo - aperto per questo ai poveri cristi nel supremo approccio col tutto, da tempo, sin dal tempo, lontano pre-socratico, che aveva scoperto la pena nelle vene nobili di ogni inizio; che, certamente, ad aprire il sipario di spazio alla prima fatica, sarà stato il sudore e non già la luce, come si dice. Per questo Cammarata parla sempre in prima persona, nell’operaio che cade e si rialza, con l’uso continuo di una rappresentazione possibile, verificabile, senza porre in essere l’operazionismo meccanico dell’artigiano o la nevrosi delle strutture dell’arte alla ricerca della filosofia inutile del feticcio come espressione - messaggio; chè, il segno semplice fa parte del dire, persino quello tracciato inconsciamente sul pezzo di carta dei nostri appunti involontari.
In prima persona, dicevo, egli parla, in fatto di ferite e cadute, a noi che abbiamo perduto, parlando al plurale per non figurare in proprio nel dialogo che ci attendevamo, sudati, marci di sonno alla finestra; ora che la scatola, da lungo tempo studiata (la democrazia), si è capovolta, mostrando ruggine all’interno (inflazione, delitti, follia...), anche se qualcuno si affanna a spiegare il motivo di questa caduta, tavole logaritmiche alla mano.
Per questo Cammarata ha liberato dal masso per liberare, così, semplicemente; mentre le lontananze di ciò che egli si aspetta si confessano allo zenit di pugni scolpiti come rami araldici al di fuori del muro, del fosso che lo circonda con erba bassa nel sole difficile delle foschie, degli occhi sbarrati sul solco, sempre aperto da una zappa impossibile. Là opera Cammarata, sudando i suoi simboli dal pulpito del veggente, non dallo scranno dei dotti che non sanno un corno di che pagare il mistero del filo d’erba che li smaschera dalla illusione dei loro libri.
Anche se nessuno vuol dirlo nel fare il conto, nel giungere al Cammarata, a colui che cerca, che cerca... di scavare nel masso per scavarsi nel di dentro; che cerca là dove l’uomo deposita le proprie immondizie: secchi, brande aperte, scassate dall’altalena della vita sui meridiani dell’essere, aperte a stella sul pattumaio del flusso e riflusso, senza il di sopra, nè il di sotto dove cercare nella vicenda del giroscopio, che promette una stasi ove dormire solo quando si sfascia; perché poi gira, gira, gira, il mozzo stimando il fuoco della curva termodinamica che da limite e spazio al mondo, e pure all’angolo, strappando un pò di saliva dalla gola del Cammarata, che vuol gridare nel dar fine a
questo arrivare, a questo fuggire.
E ci riesce, lui - credetemi - ci riesce, da far venire le lacrime agli occhi.